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    November 19

    Berlusconi la Turchia e l'Unione Europea

    Dopo aver ascoltato dal telegiornale questo "servizio giornalistico", mi chiedo come cittadino europeo, come potrei mai accettare che un paese con un governo come quello turco possa essere inserito nel contesto della C.E.E.
     
      
     
    vediamo ora cosa sta succedendo in Turchia....
     
    Non c'è fine alla persecuzione dei Kurdi
    Un memorandum dell'Associazione per i Popoli Minacciati a cura di Tilman Zülch, Sarah Reinke e Haydar Karaboya
     
    Le minoranze: Kurdi e cristiani

    La Turchia vuole entrare nell'Unione Europea: circa 70 milioni di cittadini turchi diventerebbero cittadini europei. Secondo le stime dell'Associazione per i Popoli Minacciati (APM), di questi 70 milioni circa 15-20 milioni sono Kurdi, cioè un quarto dei cittadini turchi è in realtà di origine kurda. Senza una vera soluzione del più vasto e difficile problema di minoranze nazionali, l'Europa si troverebbe coinvolta in una probabile continuazione della guerra civile turco-kurda; sicuramente si dovrà confrontare con continui disordini che si rifletterebbero anche sugli altri paesi europei, se non altro per il costante arrivo di profughi dalla Turchia.

    Secondo diverse istituzioni e governi europei la situazione dei Cristiani in Turchia è una questione rilevante. Dopo i vari avvenimenti che portarono alla nascita dello stato turco, dal movimento dei "Giovani turchi" a inizio '900, al periodo di Kemal Atatürk (primi anni '20), alle pulizie etniche e le azioni mirate tendenti al genocidio attuati durante la crisi di Cipro (primi anni '70), le popolazioni cristiane si sono ridotte in Turchia dal 25% della popolazione totale allo 0,1-0,15%. L'EKD (Evangelische Kirche Deutschlands - Chiesa Evangelica Tedesca) stima che in Turchia ci siano ca. 150.000 Cristiani armeni, siriano-ortodossi e di origine greco-ortodossa, mentre secondo l'Opera Missionaria cattolica Missionari cristiani sarebbero solo ca. 100.000. Secondo l'APM il numero più probabile è all'incirca nel mezzo.

    Cristiani arabo-ortodossi 10.000 95% Province Hatay e Mersin
    Cristiani armeno-cattolici 2.000 95% Istanbul
    Cristiani armeno-ortodossi 60.000 95% Istanbul
    Cristiani caldei 300 95% Istanbul
    Cristiani greco-ortodossi 2.-3.000 95% Istanbul
    Cristiani romano-cattolici 15.000 -
    Cristiani siriano-cattolici 1.250 95% Istanbul
    Cristiani siriano-ortodossi 10.000 Istanbul/Tur Abdin
    Altre 10.-15.000 -

    La guerra turco-kurda (1984-1999) ha causato 40.000 vittime, di cui quasi il 90% apparteneva al gruppo etnico-linguistico kurdo. Oltre 3.428 villaggi sono stati rasi al suolo durante i combattimenti, quasi due milioni e mezzo di persone sono dovute scappare o sono state cacciate dall'esercito turco dalle proprie case e terre. Costretti alle bidonville delle grandi città turche, questa fetta di umanità vive oggi in condizioni di estrema povertà. 6.500 Kurdi sono detenuti come prigionieri politici nelle carceri turche, condannati per "attività separatistiche": tra loro, persone che hanno semplicemente partecipato a manifestazioni, distribuito volantini o altro materiale propagandistico, che sono state arrestate durante delle razzie e sono state arbitrariamente accusate, oppure persone che hanno fatto uso di violenza contro le forze di sicurezza.

    Riforme legislative

    La Turchia non è uno stato democratico in senso occidentale, ma ora ha emanato delle prime riforme seguendo così le linee guida dell'UE. Finora il Consiglio di Sicurezza Nazionale era l'istanza politica più alta in Turchia: aveva il potere di dimettere governi, emanare leggi in stato d'emergenza e di interferire nell'apparato giudiziario. Ora le competenze del Consiglio di Sicurezza sono state limitate, è stata aperta la strada alle decisioni del Tribunale Europeo per i Diritti Umani, la messa al bando di partiti politici tramite decreti-legge è stata resa più difficile, sono state annunciate misure drastiche contro la tortura, la pena di morte in tempi di pace è stata abolita.

    La situazione dei diritti umani è stata alleggerita almeno formalmente da appositi decreti ed è stato abolito il reato di "Propaganda a fini della distruzione dell'unità territoriale dello Stato". Sono state poste le basi legislative per l'uso della lingua kurda nelle emittenti private, per l'insegnamento della lingua kurda e per l'uso di nomi propri non turchi. É stata annunciata un'amnistia per i membri del PKK e ai contadini kurdi cacciati è stato promesso il ritorno alle proprie terre. Infine sono stati aboliti i decreti che rendevano più difficile l'acquisto di immobili alle minoranze non musulmane, cioè soprattutto alle minoranze cristiane.

    La situazione dei Kurdi e dei gruppi etnici cristiani costituisce quindi un indice dell'effettiva realizzazione delle riforme. In questo senso, il bilancio 2003 sulle violazioni dei diritti umani in Turchia assume un significato ancora più drammatico.

    Riforme solo sulla carta

    a) Kurdi - bilancio delle persecuzioni 2003

    Nonostante gli scontri armati nel sudest dell'Anatolia siano perlopiù cessati, nel 2003 è stato registrato un numero spaventoso di violazioni dei diritti umani, prevalentemente contro la popolazione kurda. Le seguenti cifre sono state fornite tra l'altro dall'Associazione turca per i diritti umani (IHD/Insan Haklari Dernegi), sezione di Diyarbakir, e confermati da altre istituzioni e gruppi:

    morti in combattimenti militari: 105 morti
    esecuzioni illegali: 84 morti
    accuse di tortura: 502 casi
    tortura in carcere: 26 casi
    persone "sparite": 7 casi
    arresti arbitrari: 574 casi
    violazione della proprietà privata: 3.096 casi
    chiusura di emittenti radiofoniche: 1 caso
    chiusura di istituzioni, organizzazioni, gruppi, ecc. politico-culturali: 2 casi
    proibizione di attività culturali: 36 casi
    pubblicazioni confiscate: 42 casi.

    Su richiesta del parlamentare del CHP per Ankara Yakup Kepenek, il ministro della Giustizia Cemil Cicek ha ammesso che nei 392 processi giudiziari per tortura dibattuti davanti al Tribunale Europeo per i Diritti Umani, la Turchia è stata condannata ad un risarcimento danni alle vittime per complessivamente 4,3 milioni di euro. Altre 149 denunce aspettano di essere dibattute dal Tribunale Europeo. L'organizzazione per i diritti umani TIHV ha informato che nel 2003 866 persone hanno chiesto aiuto per le torture subite. Tra questi c'erano anche 32 bambini.

    b) Kurdi - continua la repressione di lingua e cultura

    Le disposizioni con cui sono state messe in atto le riforme sono di per sé indicative della poca voglia con cui vengono attuate. Il cosiddetto Alto Consiglio per le emittenti radiofoniche e televisive ha redatto una nuova versione del regolamento per le "Trasmissioni in lingue e dialetti che i cittadini turchi usano nella vita quotidiana". Secondo questo nuovo regolamento, solo le emittenti con copertura nazionale possono trasmettere in lingue diverse dal turco. I programmi radiofonici non possono superare i 45 minuti giornalieri di trasmissioni in altre lingue, per non più di quattro ore settimanali. Le emittenti televisive invece devono limitare i propri programmi a 30 minuti giornalieri per una massimo settimanale di tre ore. Non sono inoltre ammesse le trasmissioni di divulgazione linguistica. Dall'emanazione delle riforme sono passati ormai sei mesi e ancora non esistono programmi televisivi o radiofonici in altre lingue e/o dialetti, né ci sono offerte di corsi di lingua. Al contrario, chi usa la lingua kurda rischia ancora di scontrarsi con vessazioni e prepotenza.

    Ecco alcuni esempi:

    Il 10 dicembre 2003, giornata dei diritti umani, l'Associazione per i diritti umani IHD ha organizzato una manifestazione durante la quale venivano distribuiti volantini con la scritta "La pace trionferà, ognuno è diverso, ognuno ha pari diritti" in turco e kurdo. A Sjirt è stato pubblicato un comunicato stampa in tre lingue, a Mersin il volantino è stato distribuito in 11 lingue diverse. La Corte Penale di Van ha quindi deciso di confiscare il volantino, e la stessa cosa ha fatto la Corte Penale di Hakkari. In seguito alla decisione del Tribunale di Van, i volantini sono stati ritirati anche a Adiyaman, Mardin e Bursa. Ad Ankara il segretario generale dell'IHD avrebbe dovuto tenere una conferenza in una scuola elementare sulle nuove riforme, ma le autorità per la sicurezza hanno costretto il direttore della scuola a disdire l'evento.

    L'IHD rende noto che fino a fine dicembre nel Kurdistan turco non era partito ancora nessun corso di lingua kurda. La stessa notizia è confermata anche da altre fonti. Questo ritardo nell'attuazione dei corsi sarebbe dovuto al fatto che il ministero per l'educazione non è ancora riuscito a far tradurre neanche un solo curriculum kurdo. Una scuola di lingue nell'Anatolia meridionale si è vista negare dalle autorità l'autorizzazione per un corso di kurdo perché le porte delle aule sarebbero cinque centimetri più strette rispetto a quanto previsto dalla normativa (Frankfurter Rundschau, 19.11.2003).

    Nell'ambito del pacchetto di riforme n. 6 è stato ammesso il diritto ad usare nomi propri kurdi. Membri del partito DEHAP e appartenenti a diverse organizzazioni non governative si sono rivolti a diversi tribunali per sostituire i propri nomi turchi con nomi kurdi e per poter usare nei loro nomi le lettere -w, -q, -x che non esistono nella lingua turca. Nella maggior parte dei casi i tribunali hanno replicato di non avere competenza per questi casi. Sul quotidiano austriaco Die Presse è apparso il 31 dicembre 2003 un articolo sull'attuazione del diritto alla lingua kurda in Turchia con il titolo "Kurdi: libertà ad uso limitato". In questo articolo si legge che "i membri di una minoranza possibilmente non dovrebbero fare uso dei diritti loro riconosciuti pena cadere nel sospetto di fomentare il separatismo." Così ad esempio il maggiore della gendarmeria di Diyabarkir, Hizir Keskin, ha chiesto informazioni su tutte le persone che volevano cambiare il proprio nome turco con un nome kurdo o che volevano tenere corsi di kurdo. La paura di essere sospettati di terrorismo potrebbe quindi trattenere molti dal fare uso dei propri diritti, perché, così il quotidiano austriaco, il caso di questo maggiore non è certo una caso isolato: "da nord a sud del paese, gli organi statali turchi fanno grande fatica a permettere questa piccola dose di libertà che è stata concessa alle lingue minoritarie".

    Il 13 gennaio 2004 il quotidiano Hürriyet riportava la notizia che Abdulmelik Firat, presidente del HAK-PAR, era stato condannato a sei mesi di prigione per aver usato la lingua kurda ad una conferenza stampa. La pena carceraria è poi stata tramutata in una sanzione amministrativa. Già il vicepresidente dello stesso partito, Ibrahim Güclü, era stato condannato per lo stesso motivo. Una buona notizia invece arriva a fine gennaio 2004 dall'organizzazione per i diritti umani TIHD: il 19 gennaio il ministero per l'educazione ha completato il programma per l'insegnamento della lingua kurda. Un corso avrà la durata di dieci settimane per 18 ore settimanali. Durante le lezioni non saranno ammessi contenuti di tipo separatistico o contrari alla legislazione.

    Gli studenti che nel gennaio 2002 avevano fatto richiesta di insegnamento del kurdo all'università e di cui in seguito 20 erano stati espulsi dall'università e altri 14 avevano dovuto fare un ano di interruzione degli studi, sono stati tutti riabilitati. La decisione di allora è stata revocata in base alla nuova legislazione.

    c) Kurdi - nessuna amnistia per i prigionieri politici

    I 6.500 prigionieri politici della Turchia, tra cui la parlamentare kurda Leyla Zana e tre suoi colleghi, sono fondamentalmente persone condannate o in custodia preventiva per reati quali espressione pubblica della propria opinione, distribuzione di volantini critici, partecipazione a manifestazioni, pubblicazione di articoli critici in giornali o semplicemente uso della lingua kurda. Nessun altro paese europeo prevede questo tipo di reato, ed anzi, diritti quali la libera espressione d'opinione e la libertà di riunione sono tutelati dalla costituzione, e certo non perseguiti come attività terroristiche. Il processo di revisione ai quattro parlamentari kurdi si è concluso tre giorni prima della visita in Turchia del Cancelliere tedesco, con un rifiuto provocatorio del tribunale competente di Ankara a rilasciare i quattro detenuti.

    Contrariamente a tutte le aspettative, i 6.500 prigionieri politici kurdi, condannati in base al cosiddetto "Paragrafo sul terrorismo" non erano stati inclusi nell'amnistia parziale annunciata nell'agosto 2003 dal governo turco e che avrebbe previsto il rilascio di alcune migliaia di detenuti. Ora molti di loro, detenuti da parecchi anni, sperano in un pronto rilascio. Il PKK intanto chiede un'amnistia anche per la leadership dell'organizzazione, ipotesi però rifiutata dal governo turco.

    d) Nessun ritorno nei villaggi distrutti.

    Dei circa 15-20 milioni di Kurdi in Turchia, 2,5 milioni sono sistematicamente cacciati dai loro villaggi durante gli scontri tra l'esercito turco ed il partito dei lavoratori PKK. Secondo le motivazioni ufficiali, le persone sono state cacciate dai loro villaggi per "la posizione geografica della regione" (l'ovest ed il sud della Turchia abitati prevalentemente da Kurdi) e per "l'irregolarità del paesaggio e la dispersione dei villaggi che non permette allo Stato di garantire in modo sufficiente la sicurezza dei cittadini". Per questo motivo le forze dell'ordine locale avrebbero convinto le persone a lasciare i propri villaggi. Secondo la commissione d'inchiesta riunita nel 1988 dal Parlamento sotto la dirigenza di Hasim Rasemi, ex-parlamentare di Diyarbarkir, il numero dei dispersi è di 2,5 milioni di persone provenienti da 3.428 villaggi.

    Secondo alcune conosciute organizzazioni per i diritti umani, quali l'IHD (Associazione turca per i diritti umani), la Göc-Der (Associazione per il ritorno dei profughi) e la TIHV (Fondazione turca per i diritti umani) il numero dei profughi è considerevolmente più alto. Le vittime kurde sono state derubate della loro base esistenziale e del loro ambiente sociale. Ora sopravvivono ai margini delle grandi città, perlopiù in condizioni indegne e di grande povertà. Senza alcuna prospettiva aspettano tuttora di poter tornare a casa. Nonostante il tanto annunciato "programma completo di ricostruzione dell'ovest e sud-ovest" non è stato finora raggiunto nulla per quanto riguarda la questione dei profughi cacciati, della ricostruzione dei villaggi distrutti e del ritorno a casa dei profughi.

    L'auto-iniziativa di poche persone sostenute dalle organizzazioni per i diritti umani, di tornare nei villaggi dichiarati ufficialmente "zone proibite" sono spesso in contrasto con gli interessi governativi alla ricostruzione. La mancata volontà di collaborazione, le vessazioni da parte delle autorità e i soprusi dei cosiddetti "Tutori dei villaggi", voluti e armati dal governo, rendono ancora più difficile la realizzazione di queste iniziative private. Vista la situazione disperata dei profughi, sono soprattutto le forze sociali turche, l'UE ed i singoli stati europei a essere chiamati in causa: bisogna occuparsi finalmente e seriamente dei 2,5 milioni di profughi kurdi interni. C'è bisogno di progetti concreti di ricostruzione in modo da rompere la stagnazione nelle regioni kurde e permettere così la ricostruzione ed il ritorno graduale dei profughi.

    Gli abitanti dei villaggi distrutti sono stati cacciati verso un destino ignoto, hanno finito per stabilirsi in nuove bidonville delle grandi città turche, soprattutto nelle zone a lingua kurda. Là i 2,5 milioni di profughi vivono in stato di povertà, senza strutture igieniche, senza acqua potabile e senza assistenza sanitaria. Circa i tre quarti dei profughi è disoccupato, circa metà dei bambini non vanno a scuola o hanno dovuto rinunciarci dopo poco tempo. Le famiglie vivono prevalentemente in tende, baracche e altri rifugi d'emergenza. I profughi nella Turchia occidentale soffrono spesso e volentieri forme aperte di discriminazione e sono vittime di razzie della polizia.

    Bambini profughi che chiedono la carità sono ormai diventati quotidianità, soprattutto nelle città grandi come Istanbul, e il lavoro minorile, anche di bambini di quattro-cinque anni, è diffuso. Nonostante non esistano statistiche precise, i medici fanno notare un tasso di mortalità infantile in forte crescita, in particolar modo tra i bambini profughi. Le quote di suicidio femminile sono nei quartieri poveri del Kurdistan turco dieci volte più alte rispetto a quelle della Turchia occidentale. Le malattie quali l'anemia ed il rachitismo sono in crescita. Le vaccinazioni obbligatorie quasi non vengono fatte. Secondo l'organizzazione per i diritti umani Göc-Der, il 90% dei profughi vorrebbe tornare nel proprio villaggio.

    e) Cristiani: continua la discriminazione

    Osservatori della situazione dei cristiani assiro-aramaici, soprattutto nella regione di Tur Abdin, parlano di notevoli miglioramenti. I profughi, anche dall'Europa occidentale, riescono in parte a tornare nei propri villaggi e l'insegnamento scolastico in lingua aramaica non è più impedito. Purtroppo però l'istruzione in questa lingua non è ufficialmente riconosciuta, così come non è riconosciuta questa minoranza etnica. Le autorità fanno promesse ai profughi che intendono tornare a casa che poi non mantengono, si accumulano i ritardi per il rilascio delle autorizzazioni necessarie, per la restituzione delle proprietà terriere e per la ricostruzione delle infrastrutture distrutte.

    Particolarmente preoccupante è, secondo l'APM, una nuova campagna del ministero per l'educazione turco, diretto dal ministro Hüseyin Celik. Anche l'unione degli insegnanti turchi considera razzisti e sciovinisti i nuovi decreti ministeriali, grazie ai quali le nuove edizioni dei libri di testo per la scuola turca descrivono come spie, traditori e barbari gli appartenenti ai gruppi etnici degli Armeni, i Greci del Ponto ed i Cristiani siriano-ortodossi (Assiro-aramaici). Sinagoghe, chiese e scuole per le minoranze vengono invece descritte come istituzioni dannose. Altrettanto provocatoria è la campagna per un concorso letterario promosso nelle scuole turche, e obbligatoriamente anche nelle scuole delle minoranze greche e armene. Il tema è "La rivolta e le attività degli Armeni durante la Prima Guerra Mondiale". Il concorso ha avuto termine il 1 settembre 2003 con la premiazione del compito migliore di tutta la Turchia.

    .........

    Lascio alcuni link qui sotto (basta che clicchiate sull'indirizzo del sito) per avere ulteriori informazioni

    http://www.gfbv.it/3dossier/kurdi/ihd.html

    http://files.studiperlapace.it/docs/mingozzi.pdf

    http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/928

    http://isole.ecn.org/reds/donne/curde/kurde0310iran.html

    dal sito-archivio di Sky-TG24

    "Abbiamo deciso un'iniziativa che l'Italia porterà avanti nelle prossime presidenze dell'Ue per accelerare l'adesione della Turchia". Lo ha detto il presidente del consiglio Silvio Berlusconi durante la conferenza stampa congiunta con il premier turco Erdogan. Berlusconi ha spiegato che saranno dimezzati i capitolati su Ankara, e questo potrebbe portare "dimezzare i tempi previsti". Il Cavaliere offre anche una sponda alla Russia nei contrasti con gli Usa: "Missili in Polonia e Repubblica Ceca, il riconoscimento del Kosovo, ipotesi Georgia nella Nato: sono scelte troppo anti-Mosca".

    Buon proseguo di giornata

    Guido

    November 05

    B. Obama, nuovo Presidente degli U.S.A.

     
    Il primo discorso di Obama
     
     
     
     
     
     
     
    McCain...
     
     
     
    I commenti dei  politici italiani...
     
     
     
    Ho notato, che a differenza del Nostro Paese, quando un politico vince (non fatevi confondere dal fatto che queste elezioni fossero presidenziali), i "vincitori" non sbandierano la bandiera del partito che ha vinto, ma la bandiera della propria nazione..... come se la vittoria fosse (e così è) una questione che comprende tutto il paese... che interessa tutto il paese in questione e non solo una "fetta" di essa.
    Il "discorso" del Senatore McCain ne è una dimostrazione di unità di un intero popolo quando avvisa che vi sarà una collaborazione con il SUO NUOVO PRESIDENTE...
    Dai servizi che ho seguito riguardanti i nostri politici (a parte le solite frasi di rito e di congratulazioni), sembrano una continua "battaglia" di parole e di "non intesa" tra il nostro Paese, quei politici che ci rappresentano. (escudendo il mio Presidente della Repubblica)
    Loro, almeno il primo passo e uno sforzo per tentare di cambiare lo hanno fatto...
    IL NOSTRO PAESE QUANDO?
    November 04

    Elezioni Presidenziali USA - "Yes We Can" - Io voterei lui!

    « Sappiamo che la battaglia davanti a noi sarà dura,
     ma ricordate sempre che non importa quanti ostacoli ci siano sulla nostra strada:
    niente può resistere nella via del potere di milioni di voci che chiedono di cambiare. »
    « We know the battle ahead will be long,
    but always remember that no matter what obstacles stand in our way,
    nothing can stand in the way of the power of millions of voices calling for change. »
     
     
    "Il nostro movimento è cominciato come un sussurro, in Illinois, un anno fa - ha detto Obama, parlando a Chicago - oggi è un grido che invoca un’America diversa. E la nostra voce non può più essere ignorata".

    "La nostra non è una politica di rivalse - ha proseguito - a noi non interessa di sta sopra o sotto nei sondaggi, a noi interessano le cose da fare. E quest’anno, questa volta le cose andranno diversamente da come sono andate finora. Lo abbiamo visto in Iowa, in New Hampshire, in Nevada, un numero di elettori che non avevamo mai visto prima ci ha detto che avevamo ragione nel pensare che Washington non fosse un posto da lasciare ai lobbisti. In Carolina del Sud abbiamo imparato che l’America non si può dividere in bianchi e neri, in donne o uomini. Questa volta è diverso".

    "Siete stanchi di sentire promesse da campagna elettorale, promesse che non vengono mantenuti perché i lobbisti scrivono un altro assegno. No, quest’anno no. Basta con lo stesso gioco e con gli stessi giocatori. Questa volta giriamo pagina, questa volta cogliamo l’occasione e scriviamo un nuovo capitolo nella storia americana. Non è sul confronto dell’esperienza che i democratici batteranno i repubblicani, ma sulla capacità di cambiare l’America. I repubblicani si sono legati al passato. Parlano di cent’anni di guerra. Corrono la campagna elettorale di ieri, il nostro partito pensa all’America di domani ". (Obama)

    Questo è l'ormai famoso discorso del YES WE CAN, che è diventata la frase simbolo di Obama. Alcuni artisti americani hanno deciso di musicarne il testo, appoggiando il leader afro-americano.

    È stato un credo, scritto dai padri fondatori, che dichiararono il destino di una nazione.
    Sì, noi possiamo.

    È stato sussurrato da schiavi e abolizionisti, che tracciarono un sentiero verso la libertà.
    Sì, noi possiamo.

    È stata cantata da immigrati catturati da lidi lontani e pionieri, spinti verso ovest in uno spietato deserto.
    Sì, noi possiamo.

    È stata la chiamata di lavoratori che si sono organizzati; donne che hanno ottenuto il diritto di voto; di un Presidente che ha scelto la luna come nuova frontiera; e un Re, che ci ha condotto alla vetta e indicato la strada per la Terra Promessa.

    Sì, noi possiamo per la giustizia e l'uguaglianza.
    Sì, noi possiamo per la prosperità e l'opportunità.
    Sì, noi possiamo guarire questa nazione.
    Sì, noi possiamo riparare il mondo.
    Sì, noi possiamo.

    Sappiamo che la battaglia sarà lunga, ma dobbimo ricordare che non importa quali ostacoli incontreremo nel nostro cammino, nulla può frapporsi al potere di milioni di voci chiedono il cambiamento.

    È stato detto che non possiamo farlo da un coro di cinici... saranno solo più forti e stonati... Ci hanno chiesto di fermarci e guardare realtà. Siamo già in guardia contro chi offre al popolo di questa nazione false speranze.

    Ma nella strana storia che è l'America, non vi è mai stato nulla di falso nella speranza.

    Ora le speranze della bambina che va a scuola in un sobborgo di Dillon, sono gli stessi sogni del ragazzo che studia per le strade di Los Angeles; noi ci ricorderemo che qualcosa è successo in America; che noi non siamo così divisi come ci suggerisce la politica; che siamo un unico popolo; una nazione; e, insieme, inizieremo il prossimo grande capitolo della storia americana con tre parole che risuoneranno da costa a costa, dal mare al mare splendente:

    Sì, noi possiamo.

     

    Le seguenti celebrità hanno collaborato con la canzone e con il video musicale:

     

    October 22

    Silvio Berlusconi... Cavaliere della democrazia!!!!!!

    art 21 della Costtuzione italiana:
    "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola,
     lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
    La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure."
     
     
    Il governo è pronto a ricorrere alle forze dell'ordine per impedire l'occupazione di scuole e università da parte di quegli studenti che, sobillati da "sinistra e centri sociali", protestano contro il decreto Gelmini
    La dichiarazione di fermezza arriva da Silvio Berlusconi che attacca anche le "falsità" dell'opposizione e la stampa rea di non mostrare la dovuta
    attenzione al provvedimento sulla scuola.

    L'occasione è la conferenza stampa di stamani a Palazzo Chigi insieme al ministro della Pubblica istruzione Mariastella Gelmini, convocata per chiarire i contenuti del decreto dopo le critiche dell'opposizione e le proteste dei giorni scorsi sia in piazza che nelle università.

    "Voglio dare un avviso ai naviganti: non permetteremo che vengano occupate scuole e università perché l'occupazione dei posti pubblici non è un fatto di democrazia ma di violenza nei confronti di altri studenti, delle famiglie e dello Stato", ha detto Berlusconi. Che poi ha annunciato: "Oggi convocherò il ministro dell'Interno e gli darò istruzioni dettagliate su come intervenire con le forze dell'ordine per evitare che queste cose succedano".

    A chi gli chiedeva di precisare cosa significasse esattamente il ricorso alle forze dell'ordine, il premier ha scandito: "Sono assolutamente convinto che lo Stato debba garantire i diritti dei cittadini. Faremo lo Stato. Chi compie reati lo sappia".

    "Avete quattro anni e mezzo per farci il callo, io non recederò di un centimetro", ha precisato.

    Poi una sferzata alla stampa: "La volta scorsa non avete scritto una riga. Portate i nostri saluti ai vostri direttori, saremmo molto preoccupati e indignati se questa conferenza stampa non fosse riportata. I giornali italiani hanno trascurato la scuola. Le televisioni pubbliche italiane diffondono solo ansia e noi siamo preoccupati dal divorzio" fra informazione e realtà.

    Da diversi giorni, in tutta Italia gli studenti manifestano con cortei di piazza e nelle scuole contro il decreto Gelmini che prevede, tra l'altro, il ritorno al maestro unico alle elementari e sostanziosi tagli nel corpo docente per ridurre la spesa.

    A Torino, gli studenti hanno occupato da ieri sera Palazzo Nuovo, sede di facoltà umanistiche, mentre la scorsa settimana un tentativo di occupazione è sorto anche alla Statale di Milano e disordini si sono verificati in molti altri atenei tra cui La Sapienza a Roma.

    Il decreto, approvato con il ricorso alla fiducia alla Camera il 9 ottobre, è all'esame del Senato e il governo vorrebbe approvarlo definitivamente entro la fine del mese.

    Fonte: Reuters

    Eppure il Presidente della Repubblica si era pronunciato pochi giorni fa così....